Progressisti, basta giocare in difesa

di Franco Debenedetti


E’ noto da tempo che le preferenze politiche non si dispongono lungo una linea, ma che occupano uno spazio che contiene anche altre direttrici: con qualche rozzezza semplificatoria possiamo immaginare un asse innovazione-conservazione in tradizionale destra-sinistra. La prima polarità è dotata oggi di un potenziale di attrazione assai maggiore dell’altra. Le forze progressiste apparivano ancora a dicembre ’93 posizionate sull’asse dell’innovazione: è successo che con la famosa ‘discesa in campo’ di Berlusconi, in pochi mesi il cosiddetto polo delle libertà è riuscito a occupare prepotentemente il quadrante dello spazio delle preferenze politiche. Questa, e non l’alleanza con Rifondazione, è la vera causa della sconfitta elettorale dei progressisti.

La situazione che si presenta oggi è quella di una maggioranza che ha occupato stabilmente il quadrante della innovazione, dell’efficienza, della liberazione da vincoli materiali e da pregiudizi ideologici. Il controllo di quel quadrante dello spazio politico consente a Berlusconi di far passare le proprie ambiguità: l’annullamento della pregiudiziale antifascista, accanto allo sfruttamento di quella anticomunista; il liberismo accanto al monopolio privato nell’ informazione televisiva; il nuovo leghista accanto all’eredità craxiana; l’efficientismo accanto all’autoritarismo aziendale.
L’opposizione occupa invece il quadrante dei valori tradizionali della sinistra: l’antifascismo come valore fondan-te della legalità repubblicana, le regole e le garanzie, la protezione dei diritti di cittadinanza. Risposte inefficaci, perché non disposte sull’asse dove si collocano le aspettative e le sensibilità forti della popolazione.
Rispondendo in termini di valori a chi sfida in termini di innovazione, alla sinistra non vengono perdonate le sue proprie ambiguità: la contiguità con il passato regime, il mancato rinnovamento del personale politico, la solidarietà degenerata in assistenzialismo, un rapporto privilegiato (seppur dialettico) verso la grande industria privata e pubblica. E ogni sua risposta (che di solito si esprime in termini di «sì, ma…») la sospinge sempre più verso il quadrante della conservazione, o dello statu quo.
La sinistra si trova oggi prigioniera di un gioco di cui non riesce a prendere l’iniziativa: e la situazione viene sfruttata da Berlusconi. Quotidianamente giornali e televisioni ci riportano iniziative, sue o dei suoi alleati: Fini per cui la libertà è un optional, Taradash che denuncia i vertici Rai, Berlusconi stesso con la richiesta che l’ordine regni a Saxa Rubra.
E quotidianamente la sinistra viene inchiodata nella sua battaglia difensiva, doverosa quanto inutile. Quotidianamente essa si ripropone la domanda se questo è un regime mascherato da innovazione, o una modernizzazione che si deve liberare da scorie pericolose; se l’autoritarismo ne è l’esito inevitabile, o discende dall’insofferenza di chi ancora pensa che un paese si possa governare come si conduce un’impresa; se si deve fare opposizione all’inglese o preparare le barricate. Sul piano personale, chi vorrebbe aiutare a introdurre una moderna cultura di mercato nel nostro paese, si domanda se deve ricercare un improbabile interlocutore tra le forze di maggioranza o… iscriversi a Rifondazione comunista.
Non si tratta ovviamente di abbassare la guardia rispetto a pericoli reali, a involuzioni possibili ma forse ancora non inevitabili. Si tratta di riconoscere che la battaglia principale si svolge per il possesso di un altro quadrante dello spazio politico e che su quello occorre saper prendere l’iniziativa: dopotutto questa destra, populista e plebiscitaria, clericale e integralista farà pur qualche fatica a essere contenuta nel progetto moderno, a cui, come ricordava Salvati, destra e sinistra sono interne.
«Da oggi la smetteremo di interrogare Fini sulla sua disponibilità a rompere con quel tanto di esperienza fascista di cui il suo partito è stato portatore», scriveva Gad Lerner commentando l’incredibile affermazione di Fini secondo cui «ci sono fasi in cui la libertà non è tra i valori preminenti». Ma non c’è contraddizione tra il credere che questo proble-ma continuerà a condizionare la costruzione del nuovo edificio della destra italiana, e il decidere di scommettere sulle sue convinzioni: che proprio il progetto moderno pone problemi sui quali la sinistra ha qualcosa da dire.
Forse è il caso di ricordare che tra il 28 Ottobre ed il 3 Gennaio non sono passati tre mesi, ma tre anni: se vogliamo impiegarli bene, non c’è tempo da perdere.

P.S. Questo articolo era stato scritto quando l’on.le Francesco Storace, con la sua sparata contro i direttori dei prin-cipali giornali nazionali, ha creduto di dare un’imprevista conferma alla nostra allusione: forse a questo punto occorrerà rivedere i tempi. E proprio lunedì 13 giugno Achille Occhetto, fino a quel momento discusso segretario del Partito democratico della sinistra, ha voluto dare le dimissioni: vedi caso, è successo proprio tre mesi dopo le elezioni politiche.

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